Lapide di Carlo di Borbone

LA LAPIDE ANNONARIA DI CARLO DI BORBONE

UNA TESTIMONIANZA DI CULTURA GIURIDICA

STORIA E RESTAURO

Lungo l’asse del Miglio d’Oro, salendo il tratto terminale di Via dell’Università al civico nº 4 è collocata a circa 2,50 mt. dalla sede stradale, sulla facciata del fabbricato, incassata nella muratura, la lapide annonaria di Carlo di Borbone, in marmo bianco, una testimonianza storica di rilevante interesse poco conosciuta, dimenticata oseremo dire e illeggibile a causa del pessimo stato di conservazione dovuto agli agenti atmosferici e ai gas di scarico dell’intenso traffico veicolare.
L’Associazione “Progetto Donna 2000” ha inteso sponsorizzare il suo restauro dimostrando che era utile e laborioso operare per il recupero e la salvaguardia di tale testimonianza ridandone dignità e conoscenza visiva ai cittadini di Portici e non solo.
Il restauro lapideo è stato commissionato alla Ditta “Ing. Paola Marone” che ha condotto l’intervento, sotto l’alta’ sorveglianza della Soprintendenza BB.AA, nel rispetto dell’obiettivo prioritario che ci si era posto cioè restituire alla targa il suo aspetto originario senza alterarne le caratteristiche morfologiche e cromatiche.

L’intervento:

Prima del restauro la superficie abbandonata alle ingiurie del tempo, si presentava in condizioni di avanzato degrado causato non solo da vari agenti inquinanti accumulatisi nel tempo con effetto invasivo, data la porosità della struutura lapidea, ma anche da una pellicola di sporco costituita da polvere e grasso, risultato palese della totale assenza di interventi manutentivi. Inoltre si rileva un notevole rigonfiamento in senso longitudinale in conseguenza del parziale distacco dal supporto
retrostante.
L’accurata analisi integrata delle condizioni morfologiche della lapide ha consentito l’individuazione delle varie fasi operative da eseguire nell’opera di restauro, l’applicazione delle tecniche richieste dallo stato dei fatti e la conclusione dell’intervento secondo le finalità sperate.

Queste le principali letture:

  • restituzione della “leggibilità” della superficie mediante successive fasi di pulitura con idonei impacchi e lavaggi, finitura a bisturi, fino al completo recupero della superficie originaria;
  • consolidamento della targa daziaria al fine di restituire coesione al manufatto lapideo e conseguente adesione al retrostante supporto murario, ciò mediante stuccatura a colore nelle zone fessurate, iniezioni consolidanti di idonee miscele adesive, trattamento delle zanche metalliche con adeguati prodotti anticorrosivi. Infine si è provveduto al rifacimento di un tratto di cornice;
  • applicazione di un impregnante idrorepellente invisibile non filmogeno, ad effetto neutro, al fine di preservare nel tempo il manufatto lapideo dall’azione corrosiv degli agenti inquinati. Si precisa che si è ritenuto opportuno non procedere alla coloritura della scritta incisa poiché ciò avrebbe alterato in maniera indelebile le caratteristiche cromatiche.

LA STORIA:

La lapide, detta comunemente “annonaria” perché contiene un tariffario per il pagamento dei diritti di piazza sulle derrate alimentari, potrebbe sembrare un comune documento amministrativo dettato nell’aprile del 1751 da un solerte funzionario, ma non è così.
Come ci fa notare il Dott. Giuseppe De Simone attento studioso della storia e tradizione popolare porticese, di solito l’incisione nel marmo è stata, da sempre, un mezzo divulgativo o celebrativo di un avvenimento storico da tramandare e quindi è evidente la singolarità e l’inusualità di regolare una comune questione daziaria in tale maniera. Questa considerazione può valere per un esame superficiale dei fatti, ma volendo approfondire l’argomento è da dire che con quella decisione Carlo di Borbone volle dimostrare la sua ferma volontà di porre ordine e freni alla dissolutezza imperante e generata da anni di incontrollato regime vicereale.
Il giovane sovrano era consapevole di aver conquistato una terra generosa e ricca di tanti valori ma ridotta in condizioni deplorevoli, e quindi fu sua intenzione porvi rimedio evidenziando le cose migliori da fare. Incoraggiato dal suo primo segretario di Stato, il Marchese di Montealegre, chiamò intorno a se la riconosciuta valenza culturale del ceto intellettuale e professionale e la pose poi al servizio delle progettate grandi imprese, con particolare riferimento alle questioni economiche, presupposto importante ed ineludibile per guadagnare il terreno perduto e rendere potente dal punto di vita politico, culturale ed economico il suo regno.
Consapevole che una saggia azione di governo deve avere come base la chiarezza dei propositi ed il rispetto della legge e della volontà popolare e chiedere nello stesso tempo alla stessa anima popolare il rispetto delle leggi, non esitò a dare dimostrazione di questi suoi propositi quando si ribellò alla pretese dei gesuiti di introdurre in Napoli il Tribunale dell’Inquisizione ben sapendo dell’atavica avversione dei napoletani ma nello stesso tempo, per dimostrare a se stesso ed al popolo il suo profondo credo religioso, suo primo gesto, entrando trionfante in Napoli, fu quello di rendere omaggio al Santo protettore della città, san Gennaro, tanto in devozione ai napoletani.
Proseguendo su questa strada, re Carlo quando ebbe notizia del malumore dei sudditi ignobilmente e proditoriamente tartassati dagli esattori daziari non rispettosi della tabella esattoriale, non esitò ad emanare il decreto che indicava senza equivoci il costo della gabella da pagare da parte dei produttori agricoli. E non si limitò a questo, volle andare oltre e decise di fissare in modo indelebile, nel marmo, la decisione sua e del Tribunale della Real Camera.
Egli era certamente consapevole che con l’andare del tempo le quotazioni daziarie avrebbero subito modificazione e quindi era eccessivo o pretenzioso l’uso della lapide per regolamentare un comune atto amministrativo, ma è evidente la sua intenzione di fissare in modo fermo e chiaro una volontà sovrana che fosse di imperituro monito contro tutte le prevaricazioni pubbliche.
Un messaggio legalitario, dunque, indelebile, da parte di un grande regnante, che prendendo le mosse da un fatto contingente, dettava nel marmo posto all’inizio della strada che conduceva alla “sua” Reggia, un grande ammonimento affinché la legge venisse rispettata da tutti e ciò a tutela degli interessi di tutti.